Ci sono luoghi che non sono soltanto edifici o attività commerciali. Diventano punti di riferimento, spazi in cui le persone si incontrano, si riconoscono e condividono una parte della propria vita quotidiana.
Per me, il forno è sempre stato uno di questi luoghi.
La storia della mia famiglia nel mondo del pane comincia con mio nonno, Giulio Zambaldo, e con un percorso iniziato lontano da Costeggiola, prima ancora della nascita del nostro panificio.
Da Costeggiola a Livorno per imparare il mestiere
Prima di diventare fornaio, mio nonno andò a lavorare nelle colonie livornesi. Fu lì, lontano da casa, che ebbe la possibilità di avvicinarsi alla panificazione e di imparare il mestiere.
Possiamo immaginare quanto dovesse essere diverso, allora, lasciare il proprio paese per cercare un lavoro e acquisire nuove competenze. Non c’erano corsi, tutorial o macchinari capaci di guidare ogni fase della produzione. Il mestiere si imparava osservando, lavorando e ripetendo ogni giorno gli stessi gesti, fino a farli diventare esperienza.
Mio nonno tornò da Livorno nel 1942. Non aprì immediatamente un panificio. Passò ancora del tempo prima che ciò che aveva imparato potesse trasformarsi in un’attività tutta sua.
Nel 1944, a Costeggiola di Soave, nacque finalmente il panificio Zambaldo.

Gramola in legno. Attrezzo usato per impastare dal nonno Zambaldo Giulio nel 1944.
Un forno nato grazie all’aiuto del paese
Aprire un panificio nel 1944 non era semplice.
Erano anni difficili, nei quali le risorse erano limitate e iniziare una nuova attività richiedeva coraggio, sacrificio e capacità di arrangiarsi. Ma richiedeva anche l’aiuto degli altri.
L’avvio del forno di mio nonno fu possibile grazie alla collaborazione di alcune persone del paese. Alcuni contadini gli fornivano la legna necessaria ad alimentare il forno. Altri gli prestarono la gramola, lo strumento utilizzato per lavorare l’impasto del pane.
Ognuno contribuiva con ciò che aveva.
Chi disponeva della legna la metteva a disposizione. Chi possedeva uno strumento lo prestava. Mio nonno portava con sé il mestiere che aveva imparato e la volontà di costruire qualcosa per il proprio futuro e per quello della famiglia.
Il panificio nacque così: dall’iniziativa di una persona, ma anche dalla fiducia di una comunità.
Per questo la nostra storia non è soltanto una storia di famiglia. È anche una storia di paese.

Immagine ricostruita. All'ingresso del cortile del laboratorio, nel vicolo del campanile della chiesa di Costeggiola, c'era una pompa a stantuffo per prelevare l'acqua.
Il primo forno, la corte e il pozzo
Il primo panificio si trovava all’inizio della corte, in un punto diverso da quello in cui oggi si trova il nostro laboratorio. Là dove un tempo sorgeva il forno, oggi c’è un giardino.
Era un forno a legna, che doveva essere alimentato e controllato con attenzione. La temperatura non si impostava premendo un pulsante: si costruiva con il fuoco, con l’esperienza e con la capacità di leggere il comportamento del forno.
Appena fuori dalla corte, a due passi, c’era un pozzo con una ruota utilizzata per prelevare l’acqua.
Quel pozzo faceva parte della vita quotidiana del luogo. L’acqua, la legna, il forno, la farina e la gramola erano elementi concreti e indispensabili di un lavoro fatto soprattutto di fatica manuale.
Oggi, nello stesso punto in cui si trovava il pozzo, ci sono le pompe che prelevano l’acqua per l’acquedotto.
Il paesaggio è cambiato, ma quei luoghi continuano a raccontare ciò che è stato. Dove oggi vediamo un giardino e gli impianti dell’acquedotto, un tempo c’erano il fuoco del forno, il rumore della gramola e la ruota del pozzo che girava per portare l’acqua in superficie.

Immagine ricostruita. Dove c'è il giardino, fino agli anni '70 esisteva una struttura con all'interno un forno a cupola, in mattoni. In questa struttura mio nonno Zambaldo Giulio avviò il panificio nel 1944.
Il forno come punto di riferimento
In un paese, il forno non era soltanto il luogo in cui si andava a comprare il pane.
Era un punto d’incontro.
Le persone entravano, si salutavano, scambiavano qualche parola e raccontavano ciò che accadeva nelle famiglie, nei campi e nella comunità. Il pane era un alimento quotidiano, ma attorno al pane si costruivano relazioni.
Il fornaio conosceva le persone, le loro abitudini e spesso anche i loro gusti. Sapeva chi sarebbe passato presto al mattino, chi preferiva un certo tipo di pane e chi si fermava qualche minuto in più a parlare.
Il forno diventava così una presenza costante nella vita del paese. Un’attività commerciale, certamente, ma anche un luogo familiare e riconoscibile.

Da sinistra a destra: Zambaldo Giulio, Giuseppe, Gilio e Bruno, nel cortile del forno.
Una storia che passa tra le generazioni
Con il tempo, l’attività di mio nonno diventò anche il luogo in cui le nuove generazioni della famiglia iniziarono ad avvicinarsi al mestiere.
Il primo ad affiancarlo fu mio zio, Bruno Zambaldo.
Dopo aver lavorato nel panificio di famiglia e aver imparato il mestiere, negli anni Settanta mio zio Bruno avviò un proprio panificio a Soave. Anche per lui l’esperienza maturata a Costeggiola divenne il punto di partenza per costruire un nuovo percorso professionale.
A continuare il laboratorio di Costeggiola fu invece mio papà.
Il forno rimase così legato al luogo in cui era nato e la storia iniziata da mio nonno proseguì attraverso il lavoro della generazione successiva.
Ogni passaggio portò con sé dei cambiamenti. Cambiarono gli strumenti, le tecniche, le esigenze delle persone e il modo stesso di organizzare il lavoro. Ma il mestiere continuò a essere trasmesso soprattutto attraverso la pratica quotidiana: osservando, provando, sbagliando e imparando da chi aveva più esperienza.


Zambaldo Giuseppe sulle macerie del vecchio forno a cupola. Sullo sfondo l'edificio dell'attuale laboratorio.
Dal panificio di Giulio Zambaldo a Madalor Bakery
Oggi quella storia continua con Madalor Bakery.
Sono passati più di ottant’anni dall’apertura del panificio di mio nonno nel 1944. Nel frattempo, la panificazione si è evoluta profondamente.
Oggi abbiamo forni più precisi, impastatrici moderne e strumenti che permettono di controllare temperature e tempi di lavorazione. Conosciamo meglio le farine, le fermentazioni e il comportamento degli impasti.
Ma credo che la tecnologia abbia valore soltanto quando viene accompagnata dall’esperienza, dalla sensibilità e dal rispetto per il prodotto.
Per questo, portare avanti la tradizione non significa per me ripetere esattamente ciò che faceva mio nonno. Sarebbe impossibile, oltre che poco autentico. Significa piuttosto conservare il suo modo di intendere il lavoro: la serietà, la costanza, l’attenzione e la disponibilità a dedicare il tempo necessario a ogni lavorazione.
Madalor Bakery nasce da questa storia, ma prova a interpretarla nel presente.

Anni '90, Zambaldo Giuseppe prepara i sacchetti di pane.
La tradizione non è immobilità
Quando si parla di tradizione, si rischia spesso di immaginare qualcosa che deve rimanere immutato.
Io credo invece che una tradizione possa continuare soltanto se è capace di evolversi.
Mio nonno imparò il mestiere a Livorno e poi lo riportò a Costeggiola. Mio zio Bruno partì dall’esperienza del forno di famiglia per aprire un’attività a Soave. Mio papà continuò il laboratorio storico. Ognuno ha ricevuto qualcosa dalla generazione precedente e lo ha trasformato secondo il proprio tempo.
È questo, per me, il vero significato della continuità.
Non copiare il passato, ma custodirne i valori e portarli avanti con strumenti, idee e sensibilità nuove.

Anni 2000, Zambaldo Giuseppe in panificio.
Una storia fatta anche di persone
Quando penso alla nascita del nostro panificio, non penso soltanto a mio nonno davanti al forno a legna.
Penso al viaggio verso Livorno per imparare un mestiere. Al ritorno a Costeggiola nel 1942. Alla decisione, due anni dopo, di aprire un panificio.
Penso ai contadini che gli procuravano la legna e alle persone che gli prestarono la gramola. Penso a mio zio Bruno che iniziò a lavorare al suo fianco, a mio papà che continuò il laboratorio e a tutti i clienti che, nel corso degli anni, hanno scelto il nostro pane.
Una storia familiare non è mai fatta soltanto dai membri di una famiglia.
È fatta anche dalle persone che hanno aiutato nei momenti iniziali, da chi ha dato fiducia a un progetto e da chi ha continuato a entrare nel forno, giorno dopo giorno.

Il forno come luogo di paese, ancora oggi
Il mondo è cambiato molto dal 1944.
Sono cambiate le abitudini, i ritmi di vita e il rapporto delle persone con il cibo. Eppure credo che ci sia ancora bisogno di luoghi autentici, capaci di conservare una relazione con il territorio e con chi lo abita.
Mi piacerebbe che Madalor Bakery continuasse a essere anche questo: non soltanto un luogo in cui acquistare pane e prodotti da forno, ma uno spazio in cui riconoscere una storia, un’identità e un modo di lavorare.
Dietro ogni impasto ci sono farina, acqua, tecnica e tempo.
Ma dietro il nostro pane ci sono anche un giovane che partì per Livorno per imparare il mestiere, un ritorno a Costeggiola nel 1942, un forno a legna acceso nel 1944, una gramola prestata, la legna procurata dai contadini, una corte, un pozzo e diverse generazioni della famiglia Zambaldo.
È da lì che veniamo.
E ogni volta che accendiamo il forno e iniziamo una nuova giornata di lavoro, quella storia continua.

Una storia che continua ogni giorno
Quella iniziata da mio nonno Giulio nel 1944 non è soltanto una storia da ricordare. Continua nei nostri impasti, nei tempi che rispettiamo e nel pane che prepariamo ogni giorno.
Scopri i pani di Madalor Bakery e il nostro modo di portare nel presente una tradizione nata a Costeggiola.